Palle di mare…

È proprio cosi, spesso le cose che sembrano ovvie e scontate in realtà non lo sono: tanti vedono ma pochi osservano attentamente, e ancor meno si chiedono il perché delle cose.
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Durante una lezione sulle piante e sulla loro classificazione, in un liceo di Roma, come sempre ho portato con me una serie di esemplari veri, tra cui un’alga, un fungo, un muschio, un lichene, una felce e una ramo di leccio: li ho disposti sulla cattedra allineandoli uno a fianco all’altro su un fondo bianco.

Sono sempre i Ragazzi a parlare, sono loro i protagonisti della lezione scientifica, io mi limito a guidarli e a spronarli nei ragionamenti.

A catturare la loro attenzione è subito lei: quella “palla” di colore marrone che hanno visto centinaia di volte in spiaggia, e che almeno una volta nella loro vita hanno preso in mano magari per tirarla a qualcuno per fare uno scherzo durante una giornata al mare.

C’è solo un problema: dei diciannove Ragazzi presenti nessuno sa di cosa si tratta, ne tanto meno nessuno si è mai chiesto cosa fosse, anche se vista e rivista più volte.

Dopo averla osservata ascolto i loro commenti e le loro ipotesi per riuscire a capire cosa sia realmente questa palla marrone di aspetto spugnoso e che comunemente si trova in abbondanza sulle nostre spiagge, e che oggi è approdata il classe.

Si comincia: “E’ una spugna” – dice qualcuno – “no risponde un altro, è un riccio di mare oppure un escremento di pesce!”, “ma cosa dite – si sente dal banco in fondo – può essere un’alga oppure il frutto di qualche pianta!”, “Ho capito, dice il ragazzo del primo banco, è un rifiuto prodotto dall’uomo, oppure uno scarto di qualche animale”.

Il dibattito si dilunga e nessuno di loro sa che si tratta di resti rimaneggiati dal mare di “Posidonia oceanica”.

La Posidonia oceanica è una pianta presente solo nel Mar Mediterraneo e, al contrario di quanto pensano la maggior parte delle persone, non è un’alga: è infatti provvista di rizoma, fusto, foglie, fiori e frutti. II suo nome deriva da “Posidone”, il dio del mare e divinità degli antichi Greci, identificato dai Romani come Nettuno.

Grazie all’azione rotatoria delle onde della risacca, ciò che rimane delle fibre delle foglie e dei rizomi, ridotto a piccoli frammenti simili a pagliuzze, si trasforma in forme sferiche compatte: le cosiddette “palle di mare” che comunemente vediamo e il cui nome scientifico è “egagropile”.

La caratteristica principale è che questa pianta forma delle vere e proprie “praterie sottomarine” che rivestono un’enorme importanza per la vita del mare. I suoi rizomi hanno la capacità di crescere sia in verticale che in orizzontale; questo accrescimento porta alla formazione delle cosiddette “matte”: costruzioni a terrazzo costituite dall’intreccio di più strati di rizomi e dal sedimento intrappolato e compattato, fondamentali per la protezione delle coste contro l’erosione.

Alla fine della loro vita, le foglie ormai scure, arrivano sulla battigia trasportate dalle onde formando banchi di grandi dimensioni definite “banquettes” che testimoniano l’esistenza di una prateria di Posidonia sulla spiaggia sommersa antistante.

Le praterie di Posidonia rappresentano un ecosistema fondamentale, un’area dove vivono, trovano riparo, nutrimento e si riproducono moltissimi organismi tra cui Pesci, Spugne, Molluschi, Crostacei, ad altri ancora: insomma rappresentano un ambiente ricchissimo di biodiversità. Nello stesso tempo grazie alle loro foglie liberano ossigeno, consolidano il fondale sotto costa contribuendo a contrastare il trasporto di sedimenti, agiscono da barriera soffolta che smorza la forza delle correnti e delle onde prevenendo l’erosione costiera, soprattutto nel periodo delle mareggiate invernali.

Purtroppo oggi le praterie di Posidonia oceanica sono minacciate e sono in regressione soprattutto a causa dell’aumento delle costruzioni e dell’utilizzo dell’uomo della fascia costiera, della pesca a strascico, del disattento ancoraggio delle imbarcazioni, dell’inquinamento marino.

I ragazzi di quella classe considerano ora i resti delle foglie di Posidonia sulla spiaggia non più come materiale di scarto o come “rifiuto” che porta malattie oppure produce sostanze tossiche, bensì come un valore aggiunto, un elemento fondamentale per l’ecosistema marino che testimonia la buona salute dell’ambiente. Anche se la loro presenza alcune volte può scoraggiare i bagnanti è bene lasciarle dove si trovano, data la grande importanza che esse rivestono. Volendo fare un paragone calzante, togliere la posidonia dalla spiaggia sarebbe come spazzare via il letto di foglie in un bosco, lo fareste mai?

di Riccardo Di Giuseppe – Naturalista, Resp. Oasi WWF Litorale Romano

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